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Runaway
Tipo: Soluzione
Piattaforma: PC

CAPITOLO 1: Svegliami prima di morire

Dopo la storia che mi aveva raccontato Gina, il minimo che potessi fare per lei era proteggerla. Mentre riposava in un letto dell’ospedale, ignara dei pericoli in agguato, mi diressi in bagno, dove recuperai un flacone d’alcol e la penna trovata nel cestino. Rientrato nella camera, presi anche le pastiglie e il bicchiere di plastica appoggiati sul comodino.

Il lenzuolo piegato sul letto vuoto sarebbe potuto tornare utile. Rovistando nella borsa di Gina, trovai una scatola di fiammiferi ed esaminando la mappa sulla porta del bagno scoprii l’esistenza di un magazzino lì vicino. “Il posto ideale per trovare oggetti” mi dissi. Già che iniziavo a sentirmi come un supereroe, invece di uscire dalla camera attraverso la porta come fanno tutti, decisi che sarebbe stato meglio usare la finestra per raggiungere il magazzino, facendo l’equilibrista sul cornicione.

Una volta nel magazzino, presi la cartella medica che spuntava da un cassetto dell’archivio e il prontuario appoggiato sopra quest’ultimo. Del manichino mi rimase in mano solo la testa, mentre dagli scaffali di sinistra estrassi un paio di cuscini, una bomboletta spray e una siringa nascosta tra le scatole di medicinali.

Tornai da Gina. Niente, non si era neanche mossa. Diedi un’occhiata nella sua borsa e vi trovai una parrucca bionda. Unii la parrucca alla testa del manichino e poi la utilizzai sul letto vuoto. Con la testa, il lenzuolo e i cuscini creai un finto paziente, biondo. In seguito, affinché non ci fossero dubbi su chi fosse chi, riempii la siringa di alcol e ne iniettai un po’ nella penna. Quindi, scrissi i dati di Gina sulla cartella medica in bianco, sostituii le cartelle dei due letti e, non sapendo cos’altro fare, mi recai in bagno. Poco dopo, entrò nella stanza un sicario che, scambiando il fantoccio per Gina, gli sparò.

Gina continuava a dormire, ma decisi che sarebbe stato meglio andarsene di corsa da lì. Consultando il prontuario, capii che sarebbe bastata una doccia fredda per svegliarla. Spruzzai lo spray sul rilevatore antincendio e scattò l’allarme. Con Gina sveglia (e bagnata fradicia), partii alla volta di Chicago.



CAPITOLO 2: Lo strano crocifisso

Il Museo di Chicago era il posto ideale per accertare la provenienza dell’antico crocifisso. Ebbi una lunga e illuminante conversazione con la dottoressa Olivaw. Dopo aver esaurito gli argomenti di conversazione, approfittai per avvicinarmi ai ripiani di sinistra e sostituire il crocifisso con uno dei manufatti presenti, così che la dottoressa lo restaurasse prima degli altri reperti.

Nella stanza attigua, presi della vernice e un pennello da talco. Al piano terra chiacchierai un po’ con Willy, l’addetto alle pulizie, che mi diede il suo biglietto da visita. Ascoltando una sua telefonata, capii che sapeva benissimo come accedere al laboratorio d’analisi. Dal momento che però non aveva alcuna intenzione di rivelarmelo, ideai un piano per impossessarmi della chiave d’accesso: mi nascosi nell’esposizione d’arte maya e aspettai che se ne andasse.

Dopo di che, misi della vernice sui pulsanti del pannello d’accesso al laboratorio e usai il telefono pubblico per chiamare il numero che figurava sul biglietto da visita di Willy.
Mi nascosi nuovamente nell’esposizione d’arte maya e, appena Willy lasciò il laboratorio, passai il pennello sui pulsanti. Le impronte digitali mi rivelarono le cifre del codice segreto d’accesso: 1, 3, 7 e 8. A quel punto, però, dovevo scoprire la combinazione giusta. Affidandomi al mio udito straordinario, andai a tentativi finché non la trovai: 8137. Una volta entrato nel laboratorio, presi la chiave antica e mi diressi allo studio del mio amico Clive. Sollevando i libri sulla scrivania, scoprii una fessura nella quale introdussi la chiave. Si aprì un comparto segreto, dal quale prelevai solo il registratore. Lo chiusi e, col registratore in funzione, andai a parlare alla dottoressa Susan Olivaw, riuscendo a registrare il suo nome (non avrei avuto ragione di farlo, se prima non avessi cercato di aprire la teca contenente la maschera, premendo l’apposito pulsante e usando la mia voce). Entrai nel laboratorio d’analisi e osservai la camera termica, al che mi accorsi del pulsante da premere per azionare il meccanismo di riconoscimento vocale.

Usai il registratore col pulsante e... Santo cielo! Si erano scaricate le batterie.
In fondo al laboratorio d’analisi, trovai un mestolo. Dopo aver messo la batteria al suo interno, lo introdussi nella bombola di azoto liquido. Quindi, riposi la batteria carica nel registratore, riuscendo finalmente ad aprire la teca.

M’impadronii della maschera e ne estrassi il rubino con l’ausilio del manufatto maya. Inserii il rubino nel laser della dottoressa Olivaw e questo non tardò a distruggere il reperto sul quale stava lavorando. Aveva bisogno di un caffè per calmarsi... e io che ho sempre pensato che il caffè fosse uno stimolante! Cercai di usare la macchina del caffè in corridoio, ma non funzionava. Tornai all’esposizione d’arte maya e trovai qualcosa di simile a chicchi di caffè nelle ciotole. Li mostrai a Willy, ma non attaccò. Macinai il caffè nel tornio della dottoressa e lo riproposi a Willy. Ancora niente da fare. Fortunatamente, nel cestino in corridoio trovai una confezione di caffè vuota e la riempii col prodotto di mia preparazione. Consegnai il pacchetto a Willy, che stavolta non fece obiezioni e ricaricò la macchina del caffè. Me ne servii subito per prepararne una tazza.

Portai il caffè alla dottoressa Olivaw, che lo bevve immediatamente. Una volta calmatasi, si rimise al lavoro e completò il crocifisso. Dopo averlo recuperato, lo esaminai allo scanner e ottenni le informazioni che cercavo, ma in quel preciso momento il mio “amico” Clive mi chiamò d’urgenza. Era una trappola: Clive non era il buon amico che credevo, mi aveva tradito e i mafiosi riuscirono a catturarci.



Aggiunto il 14 May 2009  by Demetrius

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